Siddharta di Hermann Hesse

Siddharta, è il titolo del libro ma anche il nome del protagonista, un termine indiano, che permette di far conoscere l’ambientazione del libro: l’India del VI secolo. Il protagonista é un ragazzo con un futuro già imposto dal padre. Pur ammirato da molti, vuole trovare la sua strada. Per questo si metterà in viaggio con il suo amico Govinda verso l’India (si rileverà un viaggio spirituale). I giovani si uniscono ai samana, uomini che disprezzano il mondo e praticano il digiuno. Quando incontrano il Buddha si separano. Govinda segue la setta del monaco, mentre Siddharta rimane solo. Il protagonista incontra una donna, Kamala. Cosí cede alle debolezze umane, tra cui l’amore e il denaro. Consapevole dei propri peccati, fugge, abbandonando la donna e il futuro figlio. Volendosi purificare dalla vita passata, tenta il suicidio. Non appena stava per abbandonarsi nel fiume, vede fortunatamente l’amico dopo anni. Il fiume, inoltre, prima sembrava mezzo di morte, quando il protagonista incontra un barcaiolo, Siddhartha lo considererà fonte di vita. Nel frattempo Kamala viene uccisa da un serpente. Suo figlio accanto grida e così Siddharta incontra casualmente, cioè senza aver stabilito un incontro, il figlio. Il protagonista, ormai adulto, cresce il figlio, che lo abbandonerà, così come aveva fatto Siddharta da giovane. L’ultima scena mostra Govinda anziano e il suo amico, che gli parlerà della sua filosofia acquisita negli anni.

L’autore, non esprime la propria opinione durante la storia. Lo scrittore tedesco Hermann Hesse inoltre ha una filosofia simile a quella di Siddharta, che può essere considerato l’alter ego dell’autore per varie ragioni: una tra queste è il tentativo di suicidio, dal quale i due si sono salvati, in seguito l’allontanamento da una donna, (l’autore, infatti, ha avuto tre matrimoni) l’abbandono del proprio padre e la religione ascetica.

Questo libro mi ha permesso di conoscere ulteriormente la cultura Indiana. Inoltre, grazie alla scrittura scorrevole e moderna e ai dialoghi frequenti è stato più facile viaggiare con i protagonisti. Tutti potrebbero trovare delle somiglianze con Siddharta, precisamente nel voler abbandonare tutto e andare alla ricerca di se stessi. Andando avanti nella storia la propria consapevolezza aumenta insieme a quella dei protagonisti. Di fatto ogni capitolo ha il nome di qualcuno che cambierà le sorti del protagonista.

“So pensare, so aspettare, so digiunare” è una delle frasi che mi hanno colpita di più. L’affermazione “So pensare” significa che l’intelligenza deve accompagnare la saggezza. Non è neanche utile utilizzare la ragione senza l’equilibrio. ”So aspettare” significa, invece, che non bisogna agitarsi nel momento in cui si vuole raggiungere il proprio obiettivo. Indica anche il fatto che l’obiettivo arriva più facilmente senza agitazione, per questo bisogna essere grati del mondo senza lamentarsi di ciò che manca. Infine, l’affermazione “so digiunare” é un invito alla purificazione non solo interiore e fisica, ma anche spirituale: eliminazione di vizi e dipendenze.

Un ultimo messaggio tra i tanti che si possono cogliere é il concetto della scelta. Non bisogna scegliere una sola strada e abbandonare le altre, ma ovviamente ci sarà una che prevarrà sulle altre. Siddharta, quindi, é un libro che dovrebbe essere letto da tutti almeno una volta nella vita poiché non è un banale romanzo, infatti, non smetterà mai di comunicare e di svelare cose che probabilmente si conoscevano giá, ma sono concetti che per la maggior parte di noi sono offuscati dai mille pensieri quotidiani.

Dialogo tra Don Rodrigo e Fra Cristoforo

Gli incontri all’interno del romanzo dei Promessi Sposi sono molteplici e diversi tra loro così come lo sono i personaggi. 

Don Rodrigo e Fra Cristoforo sono gli esempi di una diversità molto evidente, non solo da un punto di vista caratteriale, ma anche di quello del comportamento.

Don Rodrigo è un signorotto, violento tanto quanto la società in cui vive. Prova una passione insana nei confronti di Lucia, una ragazza che per colpa sua non riesce a sposarsi con Renzo.

Cristoforo, invece è un frate che cercherà di aiutare l’innocente Lucia con la sua grande carità e piena gentilezza nei confronti degli umili. Per fare ciò incontrerà il signorotto.

I temi del dialogo tra Fra Cristoforo e Don Rodrigo sono l’onore e la coscienza. Entrambi vengono inseriti nella discussione esplicitamente da Don Rodrigo. Quest’ultimo dice, infatti, che parlerà della coscienza solo quando vorrà confessarsi, mentre  nessun altro, eccetto lui, può parlare di onore. Si può, quindi, osservare il suo tono arrogante, che è in forte contrapposizione con quello sommosso, cioè basso, con cui Fra Cristoforo risponderà. Lo scopo di Don Rodrigo è ferire l’interlocutore con, appunto, questo modo di parlare. Questo si osserva quando si dice “..cercava di tirare al peggio le sue…”, voleva dare cioè l’interpretazione peggiore alle parole di Fra Cristoforo. 

Lo scopo del sacerdote, invece, è quello di sottolineare la colpa del signorotto, operare la sua anima attraverso un tono solenne e di farlo pentire. Il discorso religioso di Fra Cristoforo ricorda le prediche che si svolgono in chiesa. E’ caratterizzato da enfasi e gestualità plateali. Ad un certo punto una parola “..fece venir fiamme sul viso del prete…”.Questo perché Don Rodrigo gli aveva detto che “.. fa la spia in casa”. Fra Cristoforo  subisce, perciò, delle umiliazioni. Cerca di resistere con pazienza, mostrandosi prudente agli attacchi provocatori che subisce. Ha questo atteggiamento perchè vuole uscire vittorioso e mostrare rispetto dell’abito che porta, vuole cioè aiutare Renzo e Lucia con un comportamento dignitoso, ma efficace.

Don Rodrigo non solo utilizza un linguaggio volgare, ma usa anche  il sarcasmo (il predicatore in casa! Non l’hanno che i principi”). Il discorso religioso di Fra Cristoforo continua fino a quando Don Rodrigo dice di non riuscire a capire altro se non che “..ci dev’essere qualche fanciulla che le preme molto”. Fa un’insinuazione maliziosa nei confronti di Fra Cristoforo che risponde subito contrapponendo la carità, o meglio dire si difende attraverso questa.

 L’espressione detta dal signorotto è paragonabile ad un “affondo” all’interno di un duello. Lo stesso dialogo è simile ad una lotta, non tra cavalieri come dice lo stesso Don Rodrigo (…ch’io non son cavaliere), ma attraverso le parole, una lotta, quindi, verbale. Infatti durante il dialogo c’è stata sempre una risposta da parte di entrambi, una forma di difesa e attacco.

Ci sono stati anche dei gesti significativi. Fra Cristoforo, ad esempio, si era avvicinato  di fronte a Don Rodrigo e aveva alzato le mani non per fargli male, ma per trattenerlo. In seguito quando il signorotto aveva promesso protezione per Lucia, si era allontanato di due passi indietro, aveva puntato il dito contro lui e gli occhi erano pieni d’ira. Gestualità teatrali che permetteranno di mancare di rispetto  a Don Rodrigo ( Come parli, frate?), che userà il “tu” al posto del “lei”.

La violenza è perciò sempre presente da parte di Rodrigo; quanto dialogo si è rivelato una lotta tra un oppresso e un oppressore. Personalmente trovo interessati alcuni significati che si possono dedurre da questo dialogo. In particolar modo quando ha usato “.voglia il cielo.. “ mostra la sua convinzione che l’animo umano possa cambiare nel corso della vita. Un uomo malvagio, se influenzato positivamente, potrebbe anche diventare buono. L’ambiente in cui si vive influenza molto una persona. Manzoni, perciò fa molti riferimenti alla complessità della realtà. In particolare, qui rappresenta Don Rodrigo come prodotto di una società in cui conta moltissimo l’apparenza sociale, che permette di esercitare il potere in modo oppressivo.